25 febbraio 2014

Il quinto chakra

Nel regno del senza forma
da dove nasce ogni creatività


Da un'intervista ad Alvina apparsa su Osho Times n. 205

I primi passi
Sono molti gli aspetti e gli elementi che riguardano il quinto chakra, ma prima di affrontarli vorrei parlare di cosa ci rende pronti a esplorarlo più a fondo e a vivere a pieno la sua dimensione.
Nel corso degli anni, io, Prasad e Leela, abbiamo lavorato molto sui chakra più bassi – il primo, il secondo e il terzo – per preparare le persone a vivere la dimensione del cuore, del quarto chakra, che vuol dire vivere con accettazione e ricettività la realtà interiore e ciò che ci circonda, e questo si consegue anche accogliendo e integrando i livelli e le dimensioni “inferiori” della vita.
I primi passi nel lavoro sull’energia, dunque, servono ad armonizzare i chakra più bassi che possiedono energie molto diverse tra loro. Osho ci incoraggia sempre a diventare consapevoli di queste energie, anche se spesso, nel loro stato inconsapevole, sono in conflitto e questo può essere doloroso. Per esempio, il secondo chakra, il chakra del sentire, di solito la “pensa” diversamente dal terzo cha­kra, che è quello che ci fa fare le cose a modo nostro, che vuole entrare in azione, che non vuole aspettare gli altri, che non vuole nemmeno prenderli in considerazione. E il primo chakra ha bisogni ancora diversi e un modo diverso di vedere la vita. Quando siamo inconsapevoli, questi tre chakra generalmente non operano bene insieme. Anche se non sono in conflitto, vanno in direzioni differenti e noi finiamo col disperdere tanta energia o col perderci nel mondo, nella dimensione di uno dei tre.
Quindi, come prima cosa, bisogna portare una consapevolezza amorevole ai primi tre chakra, alla loro connessione con la vita nel mondo e a cosa significa vivere pienamente tutte le loro energie.

Una consapevolezza amorevole
Questa consapevolezza amorevole è il cuore! Il cuore è l’atmosfera che ci dà la capacità di essere semplicemente presenti, di permettere alle diverse energie di essere come sono, anche nella loro contraddittorietà. Il cuore è lo spazio per accogliere il dolore che nasce dal nostro essere inconsapevoli, è la capacità di connetterci con noi stessi per scoprire cos’è veramente essenziale. Quando ci connettiamo, attraverso il cuore, ai chakra più bassi, le loro energie e l’espressione che li caratterizza si trasformano. Quando operano allo stato inconsapevole l’espressione può presentarsi, come dicevo, sotto forma di conflitto o alle volte facendoci smarrire in un chakra o in un altro; ma quando ci connettiamo al cuore e lo sintonizziamo coi chakra più bassi, questi iniziano a muoversi insieme con più armonia, perché essenzialmente si muovono in un’atmosfera di presenza, di accettazione, nella quale si permette alla vita di fluire.
Questo è ciò che porta equilibrio: familiarizzare sempre di più con il cuore, vivere ed esprimere sempre di più la dimensione del cuore nella nostra vita e farla diventare una realtà. E quando i tre chakra più bassi, insieme al cuore, fluiscono in armonia e noi siamo connessi con ciò che c’è di essenziale in loro, connettersi al quinto chakra, alla gola, apre una nuova dimensione.


Comunicare
Il quinto chakra ha diverse funzioni. Una, molto ovvia, è quella della comunicazione, ossia comunicare con gli altri, esprimerci a parole e ascoltare. Anche ciò che vogliamo dare e condividere con gli altri è una funzione del quinto. Quando non siamo consapevoli dei chakra più bassi ci può succedere di vibrare in qualche energia inconscia, per esempio del terzo chakra. Nel momento in cui ci esprimiamo, parliamo, anche il nostro quinto chakra vibrerà in quella energia inconscia del terzo e ciò che diremo avrà, con tutta probabilità, origine dal tentativo di dominare qualcuno, di manipolarlo, o dal tentativo di ottenere potere attraverso ciò che diciamo. Quindi il quinto chakra, quando non siamo consapevoli dei chakra più bassi, viene costretto a un’espressione inferiore e quello che diciamo può causare dolore, può essere manipolatorio e anche distruttivo. Perciò è importante iniziare dal cuore, così che quando dal cuore ci spostiamo al quinto chakra, il nostro modo di comunicare avrà la fragranza del cuore: l’amore, lo spazio e l’accettazione. E anche le nostre parole porteranno con sé quella dimensione.
Lo stesso vale per l’ascolto: quando inconsciamente vibriamo in un’energia di uno dei chakra inferiori, l’ascolto diventa molto selettivo.
Sono certa che tutti abbiamo vissuto qualche situazione in cui, ascoltando qualcuno, magari a un certo punto ci è venuta paura perché qualcosa di quello che l’altra persona ha detto ha scatenato in noi quell’emozione! A quel punto la mente, in qualche modo, filtrerà con la paura tutto ciò che viene detto e udiremo principalmente ciò che il secondo chakra percepisce come minaccia.
Quando invece il cuore è connesso con il quinto chakra l’ascolto si apre, ascoltiamo le cose per come vengono dette e a quel punto non abbiamo bisogno di interpretare immediatamente, c’è più spazio, c’è apertura e compassione.

La dimensione creativa
Il quinto chakra è anche il centro della creatività, non soltanto il tipo di creatività alla quale pensiamo comunemente, cioè il canto, comporre musica o fare dell’arte, scultura o quant’altro.
Certamente il quinto chakra è il centro anche di questo genere di espressioni. Quando vediamo un artista, e non soltanto un cantante, il quale palesemente usa la voce e la gola, ma anche uno scrittore o un pittore, è chiaro che spesso queste persone hanno molta energia nel quinto chakra. Questo non vuol dire necessariamente che ne abbiano anche una grande consapevolezza, ma semplicemente che l’espressione del quinto chakra in loro ha maggior forza che in altri, o avviene in maniera più complessa.
Quando però diciamo creatività non parliamo solo di quella artistica, ma anche di quella con la quale creiamo la nostra vita, o con la quale creiamo “nella” vita, quella che ci fa fare le cose in un certo modo, che ci fa fare certe scelte, prendere certe decisioni, intraprendere certe azioni, e anche il modo di condividere i nostri talenti e il modo in cui “attraiamo” le cose nella nostra vita.

I registri del passato
Nel contesto della funzione creativa del quinto chakra c’è anche la caratteristica della mente di “raccogliere” informazioni, quasi come fossero dei registri o dei manuali: forse una volta magari in una vita passata, cinquemila anni fa, o durante l’infanzia, quando abbiamo fatto una cosa in un certo modo qualcuno ci può aver detto: “No, fallo in quest’altro modo”, oppure abbiamo fatto, o non fatto, qualcosa e siamo stati puniti: quei “manuali”, quelle esperienze, sono registrati mentalmente nel quinto chakra.
Li chiamiamo anche credenze, idee, atteggiamenti o schemi mentali e possiamo considerarli come i registri akashici, di cui parla anche Osho,  che non sono situati da qualche parte nel cielo o nelle mani di un custode, ma sono proprio qui, nel nostro quinto chakra!
E non ci sono solo i manuali individuali relativi alla nostra infanzia, o alle nostre vite passate, ma anche i manuali collettivi. Per esempio, a seconda della nostra nazionalità, abbiamo certe idee di come dovremmo o non dovremmo essere, e anche questo è registrato nel quinto chakra. “Registri” molto forti, chiamati anche condizionamenti, sono quelli legati, ad esempio, all’essere uomo o donna. Tutte queste esperienze, questi pensieri e questi significati appartenenti al passato, sono registrati negli strati esterni del quinto chakra.


Una ciambella...
Per capire gli strati esterni farò una piccola descrizione di come è strutturato un chakra. Ogni chakra assomiglia vagamente a una piccola ciambella con un buco in mezzo. Il buco che si trova in mezzo al chakra non è una parte mancante, non è la pasta che manca dal centro della ciambella, ma è piuttosto un vuoto, uno spazio, una dimensione in sé che contiene essenzialmente ogni cosa; è un vuoto che assomiglia più a un “tutto”, ma in uno stato senza forma.
Nello strato esterno, nella “pasta” della ciambella, c’è la forma, e ogni chakra ha una forma diversa, o un tipo diverso di energia.
Nel quinto chakra la natura essenziale di quello strato di energia è l’espressione di ciò che è importante per noi, di ciò che possiamo creare, dare, condividere, dire ed è molto connesso con il conoscere, con la nostra funzione e capacità di conoscere la realtà interiore e esteriore. Quando siamo inconsapevoli, quando non siamo connessi con il centro, lo strato esterno è collegato a quello che Osho chiama il “sapere”, la conoscenza, ciò che abbiamo appreso in passato che è fatto di idee e contenuti mentali. Ciò che abbiamo appreso nel passato sono precisamente quei registri, quelle credenze, quelle certezze che a un certo punto abbiamo fatto nostre.
Ora, se viviamo e creiamo la nostra vita partendo da idee inconsce e acquisite, siamo molto limitati e non facciamo che ripetere centinaia di volte ciò che abbiamo già fatto in passato, le cose che pensiamo di sapere, o a volte anche esattamente l’opposto. E naturalmente è una limitazione pensare che proprio quella singola cosa sia ciò che vogliamo o ciò che è giusto per noi. E quando non siamo connessi al nostro centro quello che otteniamo nella vita non è mai niente di veramente nuovo, ma, in modi diversi, qualcosa che appartiene al passato, qualcosa in cui continuiamo a perpetuare il passato.
Vedere al di là del filtro
Il quinto chakra perciò, quando diventiamo consapevoli e lo connettiamo al cuore, è un chakra “rivoluzionario”: possiamo vedere e ascoltare con consapevolezza, e possiamo riconoscere e scoprire cosa sono questi condizionamenti, queste credenze, questi significati che saltano fuori automaticamente, e riconoscere che forse stiamo guardando il mondo e agendo attraverso una sorta di filtro.
Quando prendiamo coscienza di ciò, la nostra consapevolezza va in profondità, si espande e noi diventiamo consapevoli del centro. E non è che diventiamo consapevoli del centro solo dopo aver preso coscienza di queste idee mentali, ma in un certo senso accade contemporaneamente: quando la nostra connessione al cuore è solida, quando il cuore diventa sempre di più la nostra realtà, la nostra consapevolezza sale naturalmente dal centro del cuore al centro del quinto chakra. Quindi diventiamo consapevoli sia dello spazio al centro del quinto chakra e della sua energia, sia delle forme-pensiero, delle idee, dello strato esteriore.
Quando ne diventiamo consapevoli e diamo loro spazio, non siamo più così condizionati, non siamo più costretti a pensare, o ad agire partendo sempre dagli stessi presupposti, ma, a quel punto, entriamo veramente in contatto con il principio creativo che sorge dall’energia senza forma, dal centro, dal non sapere, dal non avere idee o concetti… che nasce proprio dal non avere un manuale, uno schema fisso di comportamento! Quando siamo connessi al centro del quinto chakra con consapevolezza, c’è anche la consapevolezza del momento presente e possiamo guardarci attorno, possiamo vedere la nostra realtà con molta più chiarezza. Non siamo più limitati a vedere le cose in un certo modo e quindi siamo in grado di riconoscere quando qualcosa di nuovo vuole accadere, e magari riusciamo a vedere le opportunità che possono facilitarne la realizzazione. A quel punto la nostra vita diventa essa stessa una dimensione creativa.

Comprensione e fiducia
Un’altra dimensione del quinto cha­kra, che nasce da questa comprensione del non sapere, è la fiducia. Quando siamo vincolati dagli schemi del passato non vediamo la realtà per quello che è, perché la filtriamo attraverso quelle strutture e facciamo affidamento su di esse. Il manuale diventa, per così dire, la nostra stampella e allora pensiamo cose del tipo: “Sì, devo solo fare la cosa giusta e allora la vita succederà in armonia con quello che voglio”. Ma se sono imprigionato da atteggiamenti mentali e credenze la mia visione di “quello che voglio” o che mi occorre nella vita sarà annebbiata da idee del passato e quindi non sarò in grado di vedere o sentire realmente cos’è che mi sarebbe d’aiuto, che renderebbe la mia vita più vasta o mi farebbe sentire felice o appagato! Inoltre, per poter inseguire quello che “pensiamo” di volere, quando siamo limitati da questi atteggiamenti mentali, o facciamo affidamento su di loro, essi agiscono come surrogati della fiducia. Questo non funziona e in pratica ci troviamo a dover escludere gran parte della vita per fare ciò che facciamo seguendo una certa idea o atteggiamento mentale.
Tutto questo alle volte viene chiamato fiducia, come a dire: “Ho fiducia che farai ciò che ritengo giusto”, oppure: “Ho fiducia che l’esistenza mi darà una grande casa, una bella macchina, un fidanzato che mi amerà per sempre e un milione di euro”. Questa non è fiducia; è un contenitore all’interno di una struttura fatta di idee.
Quando attraverso il cuore ci connettiamo al centro del quinto chakra – allo spazio, al non sapere, allo stato senza forma – siamo connessi anche a qualcosa di molto più grande, siamo connessi alla vita nella sua interezza e siamo connessi alla nostra intelligenza interiore che si muove in un flusso e in un ritmo che seguono la vita. E quando fluiamo con il ritmo della vita, quando riconosciamo di più “ciò che è” in ogni momento, allora innanzitutto “comprendiamo” di più cosa veramente vogliamo, ciò di cui abbiamo bisogno, cosa ci sarebbe d’aiuto, cosa abbiamo bisogno di imparare, cosa può espandersi, aprirsi o qual è la direzione della nostra vita. Allora c’è anche fiducia reale perché siamo aperti alla vita: la vita non è qualcosa dalla quale ci dobbiamo difendere, ma è qualcosa di cui facciamo parte e a un certo punto la vita è qualcosa che… siamo.

Da un’intervista di Marga



Alvina è con Osho da oltre trent’anni e insieme a Leela e Prasad conduce workshop di lavoro sull’energia, creatività e meditazione in tutto il mondo. Insieme hanno anche pubblicato due libri con Urra/Feltrinelli: L’alchimia della trasformazione (in ristampa) e La vita che vuoi.
Per info sul loro lavoro: essentiallifeconsulting.com

http://www.oshoba.it/index.php?id=articoli_view_x&xna=58 

23 febbraio 2014

La dieta ideale per l’uomo…


fragole-300x216I vari nutrizionisti, eseguendo test, analisi chimiche e ricerche di laboratorio, ci dicono come dovremmo nutrirci: ad esempio quanto calcio dovremmo assumere giornalmente, quali vitamine, quante proteine, omega 3, ecc.. E così le persone più interessate alla propria salute cercano di informarsi e di mettere in pratica quanto leggono, tentando di consumare tutti i cibi consigliati, nelle giuste quantità, non omettendo di assumere i vari supplementi, integratori, polveri, pillole, in modo da essere sicuri di non incorrere in alcuna carenza.
E questo porta all’idea di “dieta equilibrata”… che nessun animale, che si trovi allo stato naturale, segue!
Come si può sapere allora ciò che dovremmo mangiare? Sembra che solo gli esperti di laboratorio possano dircelo. La nutrizione sembra un argomento così complicato… infinite teorie, così contrastanti, infinite conoscenze da acquisire…
Eppure, per gli animali in natura, il fatto di nutrirsi non è per niente complicato!
Essi si cibano di ciò che la Natura ha predisposto per loro, allo stato crudo, non manipolato in alcun modo. Ci sarebbe da chiedersi come mai l’uomo non faccia più altrettanto!
D’altro canto gli antropologi cercano di darci una mano a risolvere la questione formulando ipotesi, basate sulle loro scoperte, riguardo al cibo di cui l’uomo si sarebbe nutrito per milioni di anni prima dell’invenzione del fuoco e della nascita dell’agricoltura, in modo da individuare il nostro regime dietetico originario, quello che Madre Natura avrebbe stabilito per la nostra specie.
Per esempio il grande igienista australiano Ross Horne, nel suo bestseller, “Improving on Pritikin”, cita le conclusioni dell’antropologo Dr. Alan Walker (9), il quale riferisce che alcuni scienziati hanno dimostrato, attraverso l’esame dei denti fossilizzati appartenuti ad esemplari delle prime creature umane e pre-umane, che la nostra linea ancestrale si è evoluta, anatomicamente e fisiologicamente, seguendo una dieta composta principalmente di frutta. E siccome, prosegue Horne, il corpo umano non è cambiato, né in senso anatomico né in quello fisiologico, in tutti i milioni di anni della nostra evoluzione, si può assumere che questa dieta sarebbe ancora oggi la più adatta a noi.
Ma anche nel campo evoluzionistico, come ovunque, vi sono molteplici teorie, talvolta contrastanti, che suggeriscono ovviamente differenti deduzioni. C’è chi sostiene che l’uomo sia nato onnivoro (cacciatore e raccoglitore dei vari frutti, semi e foglie presenti in natura) e che quindi dovremmo mangiare un po’ di tutto, cioè carne, pesce, latte e formaggi, cereali, legumi, frutta e verdura. Bisognerebbe, in questo caso, tenere comunque presente che latte e derivati, e cereali, sono apparsi solo recentemente nella storia evolutiva dell’uomo, poiché la nascita dell’agricoltura è avvenuta circa 10000 anni fa, e con essa anche l’inizio dell’allevamento di animali e quindi la disponibilità di latte.
C’è invece chi asserisce che l’uomo non si sia cibato di carne in origine, se non in condizioni di emergenza, e che la dieta più appropriata dovrebbe quindi essere quella vegetariana, a base di vegetali (frutta, verdure, legumi, cereali) e prodotti di origine animale, che non ne comportino però l’uccisione (uova, latte e derivati).
C’è chi, sulle stesse basi, sostiene che dovremmo seguire una dieta vegana, che esclude qualsiasi prodotto di origine animale, perciò anche uova, latte e derivati.
Altri ancora dichiarano che la dieta a noi più consona, quella originaria con cui l’uomo si sarebbe evoluto, è quella fruttariana, a base cioè di sola frutta, come descritto precedentemente.
E infine c’è chi sostiene che l’uomo nasce come animale frugivoro, mangiando cioè solo frutta, foglie e semi oleosi (noci, nocciole, mandorle, arachidi, semi di lino, di sesamo, di girasole, di zucca, ecc.) e perciò è a questo regime alimentare che dovremmo attenerci.
Ora, a prescindere dalle varie ipotesi, quando milioni di anni fa i nostri antenati primordiali fecero la loro comparsa sul pianeta, inevitabilmente, come ogni altra specie animale, dovevano essere dotati di un proprio “software” originario di sopravvivenza. Ossia, ogni specie avrà avuto le proprie caratteristiche ben definite, sia anatomiche (riferite quindi alla forma del corpo) che fisiologiche (riferite alla funzione) e comportamentali, così come avrà avuto le proprie specifiche abitudini alimentari. A tutt’oggi sembra che non vi siano stati cambiamenti di rilievo nel tipo di dieta seguita dalle varie specie di animali in natura, uomo escluso: i carnivori continuano a nutrirsi prevalentemente di carne, gli erbivori di erba e piante, i granivori di grani, i frugivori di frutta, bacche e foglie, gli onnivori di carne e vegetali, ecc..
E allora, in quale categoria dovremmo includere l’uomo?
Beh, sicuramente, se osserviamo la situazione attuale, definirlo onnivoro potrebbe sembrare addirittura riduttivo, visto che non vi è nulla che NON(!) mangi, riferito sia a cibi più o meno naturali che ai cosiddetti “cibi spazzatura” (merendine monodose, patatine fritte, gomme da masticare, dessert, hamburger, bibite sintetiche, caramelle, ecc., tutti prodotti ricchi di calorie, conservanti, coloranti e sostanze chimiche).
Ma se è vero che l’alimentazione attuale dell’uomo può ritenersi largamente responsabile di innumerevoli malattie (peraltro in costante aumento sia come numero, sia come percentuale di persone colpite e sia nell’abbassamento dell’età in cui tali patologie si manifestano), e che tali malattie non sono riscontrabili negli animali che vivono allo stato naturale, forse si potrebbe ipotizzare che l’uomo si sia allontanato da ciò che la Natura aveva originariamente predisposto come suo “software alimentare originario”. Potrebbe essere che la scoperta del fuoco abbia portato a rendere più appetibili, e quindi a consumare, cibi che non erano destinati all’uomo, o che comunque non lo erano in forma cotta?
Sicuramente nessun animale, allo stato naturale, si è mai cibato di alimenti cotti e tanto meno l’uomo, prima dell’invenzione del fuoco.
È possibile forse che l’abbandono delle zone tropicali in cui la vita dei nostri predecessori ha avuto inizio e che erano abbondanti di frutti e foglie, ci abbia indotto a modificare le nostre abitudini alimentari? Oppure che migrazioni di massa dovute a stravolgimenti naturali quali glaciazioni, interglaciazioni (ritiro dei ghiacciai e avvento di climi più caldi), periodi di forte inaridimento climatico, diluvi, carestie, guerre, ecc., ci abbiano sospinto ad adattarci a condizioni non ideali alla nostra sopravvivenza e a consumare quindi cibi non destinati alla nostra specie, per esempio a nutrirci di cibi cotti, a consumare cereali, ad alimentarci di prodotti tipici dell’allevamento (latte) a inventare nuovi cibi (formaggi e salumi)?
E soprattutto, per tornare al giorno d’oggi, è possibile che la manipolazione dei cibi abbia creato un totale stravolgimento delle nostre esigenze/abitudini alimentari? (Sicuramente risulta difficile immaginare l’uomo primitivo alle prese con pastasciutta, pane, formaggi, salumi, brioche, biscotti, cioccolato, bibite, latte, vino, liquori, sigarette, caffè, droghe, fast food, ecc.!) Se così fosse, allora si potrebbe provare a “resettare” tutto, cercando di ristabilire il nostro regime dietetico elettivo e con esso, naturalmente, la nostra salute.
Analizziamo le varie possibilità.
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SIAMO CARNIVORI?
Gli animali carnivori, in realtà, differiscono da noi sia a livello anatomico sia fisiologico, biochimico e psicologico. Essi infatti, per esempio, “salivano” (l’equivalente della nostra “acquolina in bocca”) alla vista della preda e non si accontentano di mangiarne solo alcuni tagli, per lo più cucinati, come fa l’uomo, ma ne mangiano le carni crude direttamente dalla carcassa, con gusto, leccandone il sangue ancora caldo e gli altri fluidi con piacere, oltre a frantumare e ingerire le piccole ossa e le loro cartilagini.
Al contrario molti di noi amano gli animali e sicuramente non ci viene l’acquolina in bocca all’idea di ammazzare un coniglio a mani nude e affondare i nostri denti dentro le sue carni. Così come penso che la maggior parte di noi inorridisca al pensiero di mangiarne uno appena morto, ancora fresco, crudo e sanguinante, masticandone ossa, cartilagini, visceri, pezzi di grasso, nonché peli e parassiti che inevitabilmente li accompagnano, e tanto meno ami succhiare il loro sangue e sbrodolarsi viso, mani e corpo. Questi comportamenti non fanno parte della nostra natura, non si attagliano ai nostri concetti di gentilezza e compassione. Non esiste nessun modo “umano” di uccidere un’altra creatura, di qualsiasi specie si tratti.
Se vogliamo entrare nel merito delle differenze anatomiche tra noi e gli animali carnivori, tanto per citarne alcune, siamo diversi nel modo di camminare (siamo bipedi e non quadrupedi), non abbiamo la coda, la nostra lingua è liscia e non ruvida, non abbiamo artigli per lacerare la pelle e le carni della preda, bensì pollici opponibili che ci permettono, ad esempio, di raccogliere in pochi istanti frutti a sufficienza per un pasto. Abbiamo solo un paio di ghiandole mammarie sul petto, a differenza delle molteplici paia sull’addome dei carnivori, dormiamo circa un terzo del ciclo di 24 ore, mentre i carnivori dormono e riposano per 18-20 ore al giorno. La maggior parte dei carnivori può digerire microbi che sarebbero mortali per noi, come quelli che causano botulismo (malattia dovuta a intossicazione alimentare che conduce a paralisi muscolare progressiva).
Noi sudiamo attraverso i pori di tutta la pelle mentre i carnivori solo dalla lingua. I carnivori possono fabbricare la loro vitamina C mentre noi dobbiamo assumerla col cibo. Il nostro movimento laterale della mascella ci permette di frantumare il cibo, caratteristica unica degli animali che si nutrono di cibi vegetali, mentre i carnivori non hanno la masticazione laterale. I molari dei carnivori sono appuntiti e affilati mentre i nostri sono principalmente piatti, per ridurre in poltiglia il cibo.
Tutti gli esemplari di animali che si nutrono di vegetali, compresi gli uomini se sono sani, hanno saliva e urina alcaline, mentre esse sono acide nei carnivori ed inoltre mentre questi ultimi prosperano con una dieta di cibi acidificanti, tale dieta è molto nociva, se non letale, per l’uomo perché lo predispone ad un’ampia gamma di stati patologici.
Il pH dell’acido cloridrico (che permette di digerire le proteine animali) dei carnivori è almeno 10 volte maggiore del nostro ed inoltre i carnivori secernono un enzima chiamato “uricasi” che può degradare l’acido urico derivante dalla digestione della carne mentre noi, non possedendolo, dobbiamo ricorrere a minerali alcalini che ne neutralizzino l’acidità (prevalentemente usiamo il calcio, che viene prelevato dal nostro scheletro). Come conseguenza si formano i cristalli di acido urico (che sono solo uno dei tanti inconvenienti derivanti dal nutrirsi di carne), che danno origine, o contribuiscono, all’insorgere di gotta (infiammazione molto dolorosa a livello articolare che può evolvere in forme di artrite cronica deformante), artrite, reumatismi e borsiti. Inoltre, i depositi di cristalli di acido urico possono anche formarsi nei reni, causando calcolosi renale, oppure nel tessuto sottocutaneo, con la formazione di noduli. (L’acido urico viene normalmente filtrato dai reni ed eliminato con l’urina, ma se presente in quantità eccessiva nel sangue, i reni non riescono ad eliminarlo tutto e così si formano dei cristalli aghiformi insolubili – detti anche cristalli di urato – che si depositano nel fluido attorno alle articolazioni, provocandone l’infiammazione).
I nostri enzimi digestivi sono invece attrezzati per la digestione della frutta, grazie alla “ptialina” (o amilasi) contenuta nella saliva. Inoltre, mentre glucosio e fruttosio (gli zuccheri della frutta) forniscono carburante alle nostre cellule senza affaticare il pancreas (a patto di consumare pochi grassi nella dieta, come vedremo più avanti), i carnivori possono contrarre il diabete se la loro dieta è predominata da frutta.
Infine, per tutti coloro che, anche considerate tutte queste differenze anatomiche e fisiologiche, insistessero nel volersi nutrire di carne, vi è un’altra differenza fondamentale di cui tenere conto.
Infatti, mentre il nostro tratto intestinale misura all’incirca 12 volte la lunghezza del nostro torso, il che permette l’assorbimento lento di zuccheri ed altri nutrienti contenuti nell’acqua della frutta, quello dei carnivori misura solo 3 volte circa la lunghezza del loro torso e questo per evitare che la carne vada in putrefazione all’interno dell’animale.
E nonostante le secrezioni fortemente acide, degli animali carnivori, per digerire ed assorbire la carne mangiata, nonché la ridotta lunghezza del tubo digerente, le loro feci dimostrano la putrefazione delle proteine e l’irrancidimento dei grassi. Facile immaginare cosa succede nel nostro intestino, quando ci cibiamo di prodotti animali!
Un’ obiezione può nascere spontanea: “Ma anche se fosse vero che l’uomo non era originariamente carnivoro (o comunque onnivoro), bisogna pur considerare che essendosi nutrito di carne per così tanto tempo, avrà sicuramente sviluppato un adattamento tale per cui la carne deve essere ora parte imprescindibile della sua dieta!”.
A tale proposito cito un’interessante osservazione del Prof. Armando D’Elia (punto di riferimento scientifico e pioniere del vegetarianesimo italiano), che nell’articolo “Fruttariani” (1), asserisce: “Abbiamo prima affermato che l’uomo della foresta, dove aveva vissuto per milioni di anni, dovette passare nella savana. Ora, nella foresta era fruttariano, mentre nella savana, difettando la frutta, dovette divenire carnivoro; forse l’organismo umano, adattandosi alla alimentazione carnea,
assunse le caratteristiche anatomiche e fisiologiche tipiche dei carnivori? NO, conservò le caratteristiche del fruttariano. Oggi, infatti, dopo milioni di anni di innaturale alimentazione carnea, le nostre unghie non si sono trasformate in artigli, il nostro intestino non si è accorciato, i nostri canini non si sono allungati trasformandosi in zanne, il nostro succo gastrico non ha aumentato la sua originale e debole acidità tipica dei fruttariani, il fegato non ha esaltato la sua capacità antitossica, ne è scomparsa l’istintiva attrazione esercitata sull’uomo in età infantile dalla frutta e neppure è scomparsa la altrettanto istintiva repulsione esercitata dalla carne sul bambino appena svezzato. Tutti segni, questi, che le proteine eccessive che, assieme ad altre caratteristiche negative, sono presenti nella carne, pur provocando danni enormi, non sono riuscite a modificare la struttura fisiopsichica dell’uomo: ciò dimostra che l’alimentazione carnea è così estranea agli interessi nutrizionali e biologici dell’uomo che questi non riesce ad adattarvisi, pur subendo le pesanti conseguenze di un innaturale carnivorismo per lunghissimo tempo.”
Un’ulteriore riflessione personale: l’uomo è il più intelligente di tutti gli animali e credo che potrebbe sfruttare questo dono per aiutare i suoi simili, umani e non, a vivere al meglio, nella maggiore armonia possibile. Se è vero, come sostengono taluni, che in natura “pesce grande mangia pesce piccolo”, per indicare una legge naturale di sopravvivenza, è anche vero che l’uomo ha sviluppato una consapevolezza maggiore di quella di tutti gli altri animali, che non si trova più in natura e che, salvo casi eccezionali, ha tutte le possibilità per nutrirsi di tutti i cibi che vuole senza dover ricorrere all’uccisione dell’animale.
Oltretutto, nella grande maggioranza dei casi, aborriamo l’idea di ammazzare personalmente l’animale, così pure come la vista e l’odore del macello e dobbiamo delegare qualcun altro a uccidere in nostra vece, in quanto la maggior parte di noi, se dovesse togliere la vita all’animale in prima persona, dovendo assistere al suo terrore prima della morte, smetterebbe di mangiare la carne all’istante.
Inoltre dobbiamo mimetizzare la carne animale mangiandone solo alcuni “tagli” del muscolo e di alcuni organi, nonché cucinarla e camuffarla con condimenti. Diciamo che il nostro “gustare una bella bistecca” si è fermato, fino ad oggi, al solo piacere sensoriale (ottenuto comunque con cottura e condimenti), senza fino ad ora riflettere su ciò che questo comporta in termini di crudeltà gratuita e disumanità.
Ma questo è l’iter attraverso cui tutti quanti, anche chi come me è diventato vegano, sono passati. Magari non abbiamo mai riflettuto abbastanza su quanto letto finora, magari fino ad oggi non ce la siamo sentita di effettuare il cambiamento di un’abitudine così inveterata, forse non abbiamo avuto la forza di opporci al modo di pensare e di nutrirsi di chi ci sta intorno, non abbiamo avuto il coraggio di erigerci ad esempio e abbiamo preferito seguire la massa.
Oppure abbiamo temuto di incorrere in qualche carenza nutrizionale privandoci di un’alimentazione a base carnea, o di non potere prosperare fisicamente in termini di vigore, salute ed estetica, come ognuno di noi giustamente si augura o, ancora, che diventeremmo anemici se ce ne privassimo, ecc..
Mille possono essere le motivazioni ma… c’è sempre tempo per un cambiamento che, fra le altre cose, non può che giovare enormemente alla nostra salute, fisica, mentale e spirituale.
Una delle principali ragioni addotte, a sostegno della propria scelta, da chi si ciba di carne, è che la carne è la fonte migliore di proteine nobili, di cui abbiamo bisogno per la nostra crescita muscolare. Ebbene sembra che questa idea, sempre più radicata, secondo cui per costruire i propri muscoli si debba ricorrere a massicce dosi di carni animali, non sia fondata, basti pensare ad esempio alla splendida muscolatura dei cavalli, che si nutrono principalmente di fieno, oppure alla massiccia ed imponente muscolatura dell’elefante (pure erbivoro).
Ogni specie è stata predestinata a prosperare con il proprio tipo di alimentazione specifica, uomo compreso, e a trasformare, tramite il proprio sistema digerente, il suo cibo elettivo nei costituenti di cui ha bisogno. Così come ad esempio il cane e il gatto possono mangiare i cibi tipici di cui si nutre l’uomo, tipo pasta o pane o biscotti, ecc., ma finiranno inevitabilmente per deteriorare la loro salute e contrarre malattie più o meno gravi, anche l’uomo può sopravvivere nutrendosi di cibi non idonei alla sua specie, ma con le inevitabili conseguenze.
L’analisi comparativa evidenzia che l’uomo ha caratteristiche anatomiche e funzionali completamente diverse dagli animali carnivori. E quindi sembra che la motivazione riguardante le “proteine nobili” sia fuorviante, sia dal punto di vista di una corretta alimentazione, sia perché il fabbisogno proteico dell’uomo non è assolutamente quello che è stato finora astutamente asserito, al fine di convincerlo a consumare prodotti animali, bensì molto inferiore.
In più, oltre ad essere stato provato che l’eccesso di proteine animali è alla base di quasi tutte le malattie odierne, bisogna considerare che la cottura della carne provoca la denaturazione delle proteine, rendendone gli aminoacidi che le costituiscono, parzialmente o totalmente inservibili. Questa è la ragione per cui esse sono riconosciute dal corpo come elementi estranei e quindi vengono isolate ed eliminate, senza essere usate minimamente, a scapito di un superlavoro di fegato e reni che porta a molteplici patologie. Per di più i grassi presenti nella carne sono senza dubbio i peggiori, ricchi di acidi grassi saturi e, una volta cotti, sono responsabili di malattie degenerative, dall’ipercolesterolemia all’infarto cardiaco, al cancro.
Un altro fatto su cui riflettere è che successivamente all’uccisione dell’animale si manifesta il “rigor mortis”, cioè la rigidità cadaverica, e i muscoli dell’animale si irrigidiscono. Questa è la ragione per cui i macellai devono talvolta aspettare alcuni giorni, se non settimane, per la “frollatura”, cioè l’ammorbidimento progressivo delle carni, che è l’anticamera della putrefazione. In questa fase si possono formare sostanze tossiche, a cui si aggiungono l’acido lattico, emesso durante l’irrigidimento, e altre tossine prodotte dall’animale per la paura della morte imminente, nonché le sostanze calmanti che gli sono state somministrate per renderlo meno nervoso prima dell’uccisione.
Farmaci, antibiotici (somministrati non solo a titolo antinfettivo, ma anche per aumentare l’assimilazione del foraggio da parte dell’animale e accelerarne la crescita), mangimi chimici, colesterolo causato dallo stile di vita sedentario a cui sono obbligati gli animali di allevamento: sono tutte sostanze che andranno a gravare sul nostro fegato. Inoltre la carne, essendo priva di fibre come tutti i prodotti animali, necessita di un lungo transito intestinale, che favorisce una lunga permanenza di feci nel colon, con conseguente putrefazione batterica e rischio di cancro. (2) Ma proseguiamo con la nostra analisi.
SIAMO ERBIVORI?
Gli erbivori si cibano di erba, foglie, gambi e steli: è il loro cibo naturale. Ma noi, diversamente da loro, non abbiamo le “cellulasi” ed altri enzimi per digerire queste piante, per cui, pur cibandocene, esse non possono costituire il nostro cibo primario, perché non possiamo da esse assumere ciò che più ci necessita, vale a dire gli zuccheri semplici, che sono il nostro carburante.
Sebbene le verdure contengano proteine, alcuni acidi grassi essenziali, vitamine, sali minerali e alcuni zuccheri semplici e costituiscano un ottimo supplemento per la nostra dieta, tuttavia esse non possono costituire il nostro cibo principale, anche perché, trattandosi di cibo ipocalorico, per soddisfare il nostro fabbisogno calorico giornaliero dovremmo passare tutto il tempo a mangiare e il dispendio energetico per la loro digestione sarebbe enorme. Consumate al loro stato naturale, cioè crude, l’uomo può digerire tranquillamente le verdure a foglia tenera (insalata, spinaci, ecc.), mentre per quanto riguarda le crocifere (broccoli, cavoli, cavolfiori, verze, barbabietole), poiché sono vegetali duri, hanno un alto contenuto di fibre insolubili difficili da digerire. Ovviamente non siamo erbivori, anche perché questi ultimi sono dotati di ben 4 stomaci!
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E I CIBI A BASE DI AMIDI?
I cibi a base di amidi possono essere suddivisi in 3 categorie: cereali (i semi delle piante), radici e tuberi, legumi.
Cereali: (Grano, riso, avena, segale, orzo, miglio, mais, ecc.). Molti uccelli si nutrono di cereali (la cui coltivazione si è sviluppata su scala più grande soltanto con l’inizio dell’agricoltura, quindi solo da circa 10000 anni nella storia evolutiva dell’uomo) e prendono il nome di granivori.
I cereali allo stato naturale, crudo, non possono essere digeriti dall’uomo e anche cotti richiedono un notevole sforzo digestivo per scomporre i carboidrati complessi in essi contenuti. Diversamente, gli uccelli possiedono un gozzo, ossia una borsa nel loro esofago, dove i grani ingeriti possono germogliare, diventando digeribili.
A causa del loro pesante contenuto amidaceo i cereali allo stato crudo, per esempio i chicchi di grano, ci intaserebbero anche se ne ingerissimo solo uno o due cucchiai, completi di guscio; e anche un cucchiaio di farina cruda di qualsiasi cereale produrrebbe lo stesso effetto, perché è troppo asciutta.
E così, anche se la maggior parte della razza umana attuale consuma cereali e amidi, dovremmo considerare questo cibo come non adatto per la nostra specie. Infatti, allo stato naturale, non attrae il nostro occhio, non stuzzica il nostro olfatto né eccita il nostro palato, a differenza per esempio della frutta, il che sta a indicare che non eravamo granivori prima dell’uso del fuoco.
Radici e tuberi amidacei: gli animali designati a nutrirsi di tali cibi hanno proboscidi per scavare e dissotterrare, a differenza dell’uomo che, oltre a non essere anatomicamente attrezzato per il compito, non troverebbe sicuramente di suo gusto i cibi che si trovano sotto terra, solo alcuni dei quali possono essere digeriti. Sebbene rape, patate, barbabietole, carote possano essere mangiate crude, la maggior parte delle volte esse vengono cucinate e se l’uomo si trovasse allo stato naturale, primitivo, senza apparati per la cottura né attrezzi adeguati per dissotterrarle, queste verdure, tra l’altro piene di terra, avrebbero ben poco fascino se comparate alla frutta, in ogni caso più facilmente fruibile.
Legumi: uccelli e maiali si nutrono di legumi, mentre per l’uomo questi, se crudi, non solo non sono gradevoli, ma sono addirittura tossici, a meno che non vengano consumati prima della maturazione, quindi come germogli, ma in ogni caso la loro composizione non sembra essere congeniale all’uomo.
I legumi vengono decantati per il loro alto contenuto proteico ma, come vedremo più avanti, questo non è un vantaggio per l’uomo ed inoltre, parimenti a carne, formaggi e uova, queste proteine sono ricche dell’aminoacido metionina, che contiene quantità eccessive di zolfo, che a sua volta è un minerale acidificante (e l’acidità deve essere neutralizzata dal calcio prelevato dallo scheletro). (3)
Inoltre la grande quantità di carboidrati, sommata all’alta percentuale di proteine (entrambi presenti nei legumi), complica la digestione provocando fermentazione dei primi, con sviluppo di gas, che è un’indicazione che la digestione è stata compromessa. La mancanza di vitamina C, essenziale per l’uomo, fa di questo alimento un cibo scarsamente nutritivo.
Per riassumere, sembra che i cibi amidacei, di qualunque natura, non siano adatti all’uomo, perché oltre a non essere soddisfacenti da un punto di vista nutrizionale e a non costituire, nel loro stato naturale, fonte di attrazione per i nostri sensi (da un punto di vista visivo, olfattivo e gustativo), noi non abbiamo comunque abbastanza amilasi per digerirli. Infatti, possediamo solamente un po’ di ptialina nella saliva (più che altro sufficiente a digerire piccole quantità di amidi come quelli che si trovano nella frutta non completamente matura) e piccole quantità di amilasi pancreatica, per una limitata digestione degli amidi negli intestini.__
CIBI FERMENTATI
Devo premettere che, come ripeto, questo libro è frutto di un lavoro di ricerca e documentazione effettuato abbastanza recentemente, cioè da quando ho iniziato a seguire la DEA, e che quindi, pur essendo vegetariano da tanti anni, anche io mi sono nutrito comunque di prodotti fermentati, tipo i formaggi, fino a poco più di un anno fa.
Ebbene, la dieta che ho intrapreso mi soddisfa al 100% e non rimpiango nulla dei cibi che ho eliminato, soprattutto alla luce dei vantaggi spettacolari che ho potuto conseguire in termini di energia, benessere, forma fisica e scomparsa di diversi problemi e dolori fisici. Ma, a maggior ragione, dopo essere venuto recentemente a conoscenza delle notizie che sto per riportare, mi considero davvero fortunato per avere intrapreso questa scelta alimentare. È diventato ormai uso comune consumare sostanze fermentate o altrimenti decomposte derivate dai cereali (superalcolici, birra), dal latte (formaggi), dalla frutta (vino e certi tipi di aceto), dai legumi (in particolare dai fagioli di soia, ad esempio tamari, shoyu, miso e tempeh, o carne di soia) e dalle carni (salami, salsicce). Vediamo cosa accade ai macronutrienti presenti in tali cibi, una volta fermentati per opera di funghi e batteri. I carboidrati fermentati producono alcol, acido acetico (aceto), acido lattico, metano e anidride carbonica. Le proteine decomposte vanno in putrefazione dando luogo, come prodotti terminali, a molteplici sostanze tossiche (tra cui ammoniaca, cadaverina, putrescina, metano, ecc.). I grassi decomposti diventano rancidi e disgustosi. Ad esempio il formaggio, che si ottiene facendo putrefare la caseina del latte, rappresenta tutti e tre i tipi di decomposizione in un unico
cibo: proteine putrefatte, carboidrati fermentati e grassi irranciditi. Che cosa potranno produrre tutti questi veleni una volta che entrano nel nostro organismo? Disturbi, malattie e debilitazione sono solo una risposta molto parziale; tumori e cancro sono spesso la realtà. Poiché l’uomo in natura non potrebbe mai consumare prodotti decomposti, senza attrezzature e container adeguati, essi si possono catalogare come innaturali e sicuramente non inclusi tra i cibi destinati alla nostra specie.
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LATTE
Una cosa è certa: nessun altro animale in natura beve il latte di un’altra specie, e già questo dovrebbe far riflettere. Gli animali sanno istintivamente che il latte della loro madre è il cibo ideale per supportarli durante la loro crescita, con il perfetto mix di sostanze nutritive.
Come si avrà modo di leggere successivamente, se smettessimo di ingerire latte e derivati la maggior parte di noi guarirebbe da malanni e patologie anche gravi in breve tempo. Ecco, di seguito, alcuni passi interessanti tratti dal best-seller americano “Fit for life”, di Harvey e Marilyn Diamond: “Gli enzimi necessari per digerire il latte sono la renina e la lattasi. Entrambi scompaiono nella maggioranza degli umani all’età di tre anni. C’è un elemento in tutti i tipi di latte, conosciuto come caseina. La caseina presente nel latte di mucca è trecento volte superiore a quella che si trova nel latte umano. La ragione è che si devono sviluppare ossa enormi. La caseina coagula nello stomaco e forma grossi grumi, duri, densi e difficili da digerire, che sono adatti per l’apparato digestivo di una mucca, fornito di quattro stomaci. Una volta all’interno del sistema umano, questa massa, spessa, bagnata e appiccicosa, pone un tremendo fardello sull’organismo che deve, in qualche modo, sbarazzarsene. In altre parole, un’immensa quantità di energia deve essere spesa per sistemare questo problema. Sfortunatamente, parte di questa sostanza appiccicosa si indurisce e aderisce al rivestimento dell’intestino e impedisce l’assorbimento dei nutrienti nel corpo. Risultato: letargia. Inoltre, i sottoprodotti della digestione del latte lasciano una gran quantità di muco tossico nel corpo. Esso è molto acidificante e parte di questo viene immagazzinato nel corpo fino a che il corpo stesso potrà sbarazzarsene, più avanti nel tempo. La prossima volta che stai per spolverare casa tua, prova a versare della colla sopra ogni cosa e poi guarda quanto è facile pulire. I prodotti caseari producono lo stesso effetto all’interno del tuo organismo. Questo si traduce in un aumento di peso corporeo, invece che in una perdita. La caseina, a proposito, è la base di una delle più forti colle usate in falegnameria.”
Diamond prosegue avvertendo che la pratica assai diffusa di somministrare antibiotici al bestiame per velocizzarne la crescita crea batteri potenzialmente mortali che possono infettare gli umani.
E, ancora, riporta che il muco che si forma riveste tutte le mucose, cosicché la traspirazione di tutto diventa estremamente lenta e stagnante e l’energia vitale viene ad essere dissipata. “Avete mai parlato a persone che più o meno ogni dieci parole emettono una sorta di suono gutturale mentre cercano di liberare muco da dietro il loro naso? … La prossima volta che incontrate una persona del genere, indagate sulla quantità di prodotti caseari che essa consuma. Le probabilità che tale persona risponda ‘raramente’ o ‘mai’ sono molto scarse.” (4)
SEMI OLEOSI E ALTRI CIBI VEGETALI GRASSI
Per quanto riguarda i semi oleosi (noci, nocciole, mandorle, noci del Brasile, pistacchi, anacardi, semi di lino, di girasole, di sesamo, di zucca, ecc.) vale sempre il discorso per cui solo mangiandoli allo stato crudo possiamo ricavarne il massimo beneficio, in quanto i grassi e le proteine, contenute in eccesso in questi cibi, se riscaldati diventano cancerogeni. Il problema è che noci e semi non vengono in realtà quasi mai consumati crudi, perché per evitare che ammuffiscano vengono disidratati al forno a “basse” temperature spesso per giorni, in modo che si possano conservare a lungo. Si tratta comunque di cibi che, sia crudi che disidratati o riscaldati, sono difficilmente digeribili per il loro altissimo contenuto di grassi, e che possono rimanere nell’intestino tenue per ore prima che la vescicola biliare secerna la bile con cui emulsionarli (scomporli).
Diverso è il discorso per i frutti grassi, come l’avocado e le olive, per esempio, che quando sono maturi sono ricchi in grassi facilmente digeribili, mentre la polpa del cocco lo è quando si trova nel suo stato gelatinoso, ma quando è matura e indurita è quasi impossibile da digerire. Foglie verdi e altri vegetali, se freschi e crudi contengono una modesta percentuale di acidi grassi utilizzabili, mentre le crocifere (cavoli, broccoli, barbabietole, ecc.) contengono composti sulfurei indesiderabili.
E quindi i grassi non rientrano tra i cibi della nostra specie se non, occasionalmente e come complemento, una manciata di noci o altri semi oleosi, oppure un po’ di olive, o un po’ di avocado (non più di mezzo al giorno se non si consumano altri grassi), come complemento. In realtà il nostro cibo elettivo è rappresentato dai carboidrati semplici.
SIAMO ONNIVORI?
“Attualmente sì!”, è la risposta, a cui segue la domanda: “Ma lo saremmo anche, alla luce di quanto asserito finora, se ci trovassimo in natura, senza forni e fornelli, attrezzi vari, frigoriferi e container, tecnologia, condimenti, eccitanti del gusto, spezie e aromi, che camuffano la natura effettiva dei cibi?” Oppure dovremmo forse accontentarci di mangiare i cibi di stagione, allo stato crudo, in base a quanto essi allettano i nostri sensi (vista, olfatto e gusto)? Allora ci ritroveremmo ben presto a perdere la nostra “natura onnivora” (insieme a chissà quali e quante malattie degenerative dovute agli errori alimentari) e ci riscopriremmo a gustare sempre più… la dolce, succosa, fresca e matura frutta! È vero, si potrebbe obiettare, che vivere “in natura”, come spesso citato nel presente testo, potrebbe voler dire soffrire la fame durante l’inverno e i mesi freddi, per penuria di cibo, oppure ritrovarsi a morire di fame perché magari il maltempo o altre cause naturali hanno distrutto i raccolti, oppure perché si vive in aree geografiche dove la natura è scarsa di cibo.
È vero che anche gli animali si possono ritrovare a patire la fame, che alcuni muoiono, che altri vanno in letargo, che alcuni attaccano addirittura l’uomo, nella disperata ricerca di cibo. È tutto vero. Quindi colgo l’occasione per specificare che, in questo caso, non si tratta di voler asserire una teoria forzandone la correttezza a tutti i costi. Diciamo che innumerevoli sono comunque, da sempre, gli ostacoli che si frappongono tra noi (e, più in generale, tutti gli animali) e la nostra/loro sopravvivenza. E diciamo anche che l’uomo, essendo il più intelligente tra le varie creature, è quello che si è garantito, almeno teoricamente, le maggiori probabilità di sopravvivenza. Ma, come ribadisco, solo teoricamente. Perché se è vero che è riuscito a sopravvivere in condizioni proibitive nel corso della sua storia, grazie alla coltivazione dei cereali e all’immagazzinamento di varie forme di cibo, è anche vero che le statistiche attuali parlano chiaro: l’alimentazione standard dell’uomo occidentale lo sta decimando con malattie, invecchiamento e morti premature. Così, quando mi riferisco agli animali, o all’uomo, “in natura”, il senso di tale affermazione dovrebbe essere interpretato come la condizione ideale in cui l’uomo possa cibarsi di ciò che la natura ha predisposto originariamente come suo cibo ideale, quando, all’alba della nascita della nostra specie, egli abitava nelle zone tropicali o subtropicali, ricche di vegetazione, frutta, germogli, foglie e semi.
Ecco, allora, che parlare di alimentazione ideale significa cercare di capire che il nostro sistema digerente non è cambiato e che quindi non è predisposto a digerire indenne cibi che, seppure gli hanno garantito la sopravvivenza in condizioni di emergenza, non lo hanno fatto, e non lo fanno, senza averlo penalizzato gravemente. E così, come tutti gli animali che vivono in prossimità dell’uomo possono essere facilmente indotti ad assumere alimenti non consoni alla loro specie, ma graditi al loro palato, che causeranno però patologie più o meno gravi anche ad essi, lo stesso destino non viene evitato alla nostra specie.
Mi viene in mente, a tale proposito, come durante un viaggio compiuto anni fa in Egitto, venisse raccomandato a tutti i turisti di non dare pane da mangiare ai pesci del Mar Rosso. Questo perché essi lo avrebbero mangiato con gusto… fino a morirne! “L’occasione fa l’uomo ladro!”, recita il proverbio. Parlando di alimentazione, l’occasione e la necessità inducono l’uomo, e i vari animali, a nutrirsi dei cibi sbagliati, fino a morirne!
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SIAMO FRUGIVORI?
Sì, siamo frugivori! (Sono frugivori gli animali che si nutrono principalmente di frutta, con l’aggiunta di tenere foglie verdi, inclusi anche i frutti non dolci come pomodori, cetrioli, peperoni, zucchine,
zucche, ecc., e i semi oleosi.) Questa la risposta su cui concordano i diversi autori igienisti a cui mi sono riferito per l’elaborazione di questo libro. O, almeno, frugivori saremmo se ci trovassimo in natura con le sole nostre forze, così come i nostri predecessori ancestrali si trovarono nella notte dei tempi.
E questo a sottolineare che, teorie nutrizionistiche e mode alimentari a parte, questo fu con tutta probabilità il cibo grazie al quale la nostra specie si è evoluta durante tutta la sua storia, fino a prima dell’invenzione del fuoco e, successivamente, alla comparsa dell’agricoltura e dell’allevamento.
Infatti, prima dell’invenzione del fuoco, quando l’uomo era costretto a sopravvivere nutrendosi esclusivamente di quello che trovava, si cibava prevalentemente di frutta e verdura allo stato naturale, quindi fresca, cruda e matura. L’uomo si cibava cioè di quello di cui ancora oggi si alimentano gli animali più simili a lui da un punto di vista anatomico, fisiologico, ematologico e intellettivo e che, insieme all’uomo stesso, fanno parte dell’ordine dei “Primati”, superfamiglia “Ominoidi”, vale a dire le scimmie antropomorfe (dal greco: ànthropos, “uomo” e morphè, “forma”) rappresentate da orango, scimpanzé, gorilla e gibboni. Esse si nutrono principalmente di frutti, vegetali e semi ((solo alcune di esse mangiano insetti, piccoli vertebrati o, in alcune occasioni, anche carne, ma in percentuale minima e come cibo di emergenza) e non conoscono le malattie degenerative dell’uomo.
Questo, dunque, è il cibo espressamente ideato da Madre Natura per noi, con il quale sopravvivere e prosperare. Certo, come ripeto, possiamo arrangiarci a mangiare qualsiasi cosa, è nella natura animale la capacità di adattarsi per sopravvivere, ma a quale prezzo?
Se davvero ci fossimo adattati ad essere onnivori (intendendo qui, per “adattamento”, il cambiamento delle nostre caratteristiche anatomiche e funzionali per adeguarsi a nuove condizioni di vita richieste dall’ambiente), allora anche i nostri organi, nel corso di tutto questo tempo, avrebbero dovuto modificarsi, per lo meno per agevolare la digestione.
Quindi il nostro intestino dovrebbe essere molto corto per ridurre i tempi di transito della carne, come avviene nei carnivori, ma è rimasto lungo. E la nostra secrezione gastrica dovrebbe essere estremamene più acida, per meglio digerire i cibi carnei, ma è rimasta uguale, così come continuiamo ad avere un solo stomaco e non quattro, come gli erbivori e non ci è ancora spuntato alcun gozzo per predigerire i semi, come gli uccelli, segno che i cereali non sono adatti a noi. Nulla sembra essere cambiato né a livello anatomico, né fisiologico, né chimico, né psicologico e noi continuiamo a differire, come abbiamo visto, dagli animali delle altre specie. L’unica cosa che è cambiata è che siamo una razza sempre più debole e sempre più ammalata, segno di una degenerazione progressiva e anche se l’età media è aumentata, lo è per le migliori condizioni igieniche e qualità di vita, per il progresso della medicina, ecc., ma se ci guardiamo intorno ad osservare tutte le malattie di cui soffrono le persone da una certa età in poi, soprattutto le ultime generazioni, dovremmo prendere coscienza che qualcosa non va. Ebbene un conto è sopravvivere, un altro conto, completamente diverso, è fiorire, prosperare, vivere al pieno delle proprie possibilità, senza malattie, col massimo dell’energia. Sì, è vero che anche fumando, bevendo alcolici, assumendo droghe, prendendo medicinali, facendo uso di tutte le sostanze stimolanti per arrivare alla fine della giornata (caffè, cioccolato, carne, bevande eccitanti, alcol, ecc.), si può sopravvivere, ma non vivere al meglio, come è nostro diritto.
Ma torniamo al nostro cibo elettivo: ebbene la frutta è, fra tutti i cibi, quello che più si approssima a soddisfare tutte le nostre necessità, così come la carne lo è per i carnivori. Quando la frutta è matura, grazie ai propri enzimi, converte i propri carboidrati in glucosio e fruttosio, zuccheri semplici che possiamo usare senza ulteriore digestione; le sue proteine vengono convertite in aminoacidi e i suoi grassi in acidi grassi e glicerolo. E così tutto quello che ci resta da fare è… gustarne la bontà!
Per quanto riguarda la verdura, la ragione per cui è meglio nutrirsi di quella a foglie (lattuga, radicchio, scarola, rucola, spinaci, ecc.) e non di crocifere (broccoli, cavoli, barbabietole, ecc.), né tantomeno di quella più fibrosa (carote, finocchi, ecc.) è che mentre la prima contiene fibra solubile, come quella presente nella frutta, le altre contengono cellulosa e altre fibre difficilmente digeribili o del tutto indigeribili. E queste ultime sono talmente dure da graffiare la nostra mucosa digestiva quando passano per essere eliminate, anche se in minor misura di quanto avvenga per le fibre dei cereali.
Dal libro “DEA” di Marco Urbisci.
http://www.fruttalia.it/blog/2013/07/22/la-dieta-ideale-per-luomo/ 

21 febbraio 2014

La gioia dell'amare



 Quando ami, sei felice. Quando non puoi amare,
non puoi essere felice, gioioso. La gioia è una funzione
dell'amore, un'ombra dell'amore; lo segue sempre.
 Dunque, diventa sempre più amorevole, e sarai
sempre più gioioso. Non ti preoccupare, non chiederti
se il tuo amore sarà ricambiato o no, non è affatto
importante. 

La gioia segue l'amore automaticamente,
che venga ricambiato o no, che l'altro corrisponda o no.
 Questa è la bellezza dell'amore, il suo risultato
implicito: il suo valore è intrinseco all'amare stesso.
Non dipende affatto dalla risposta dell'altro, è totalmente
nelle tue mani. E non fa alcuna differenza a
chi indirizzi il tuo amore: un cane, un gatto, un albero oppure una pietra.

 Puoi semplicemente sederti di fianco a una pietra
ed essere in amore. Puoi farti una chiacchierata, la
puoi baciare, ti puoi sdraiare su di essa. Sentiti un
tutt'uno con quella pietra e all'improvviso sentirai una scossa energetica, un ribollire di energia, e proverai
una gioia immensa. Forse quella pietra non ti ha contraccambiato, forse l'ha fatto: questo non è
 per nulla importante. Ti sei sentito colmo di gioia
perché hai amato: chi ama è felice, gioioso.

 Allorché conoscerai questa chiave, potrai essere
gioioso ventiquattr'ore su ventiquattro. E se ami
ventiquattr'ore al giorno, senza più dipendere dal
possesso di un oggetto d'amore, diventerai sempre
più indipendente; infatti potrai essere in amore anche
se nessuno è presente.

 In questo caso potrai amare il vuoto stesso che ti
circonda. Seduto da solo nella tua stanza, la ricolmerai
con il tuo amore. Potresti anche essere in prigione:
puoi trasformare la tua cella in un tempio, nel
giro di un secondo. Nel momento in cui la ricolmi
d'amore, non è più una prigione; d'altra parte, perfino
un tempio si trasforma in una prigione, se non
esiste amore alcuno.
 Osho

18 febbraio 2014

Il test del cervello


Il test del cervello misurare lo sviluppo di conoscenze o cervello?

Il test del cervello è un gioco divertente e penetrante che ci aiuta a saperne di più su noi stessi e il nostro modo di pensare. Non ci sono risposte giuste o sbagliate, verifica soltanto l'equilibrio tra gli emisferi destro e sinistro del cervello. Il test di cervello non misura conoscenze come fa un gioco di formazione del cervello, e non è progettato per lo sviluppo del cervello, tuttavia esso ci dicono molto sui nostri cervelli; il risultato rivela agli utenti in quanto usano gli emisferi destro e sinistro del cervello. Semplicemente completare il quiz per ottenere il risultato. Buon divertimento!

VAi al link



http://divinetools-raja.blogspot.it/
La Via del Ritorno... a Casa

17 febbraio 2014

Il libro dei segreti




Il libro dei segreti raccoglie i discorsi tenuti da Osho dal primo ottobre al 19 novembre1972 su un testo sacro indiano che alcuni fanno risalire al V secolo a. C, il Vigyana Bhairava Tantra, ma che di fatto è difficile datare in quanto raccoglie una formulazione di tecniche trasmesse in forma orale da Maestro a discepolo, per secoli. Nell’opera, così come è stata tramandata, Devi, il principio femminile, ricettivo, esemplificazione del discepolo, si rivolge a Shiva, il principio maschile, colui che sostiene e alimenta tutte le cose, perché l’aiuti a comprendere, più che a capire, “questo universo pieno di meraviglia”. La risposta di Shiva non è filosofica, bensì esperienziale: infatti egli dà a Devi centododici tecniche di meditazione, grazie alle quali le sarà possibile immergersi e sperimentare la realtà del divino. Nei secoli quest’opera è stata tramandata oralmente, proprio perché lo spirito con cui andava letta era ben diverso dalla lettura dotta: in realtà, si trattava – e si tratta – di sperimentare ciascuna delle tecniche proposte, finché non si trova quella che “funziona” per noi. Come Osho spiega: “ Il Vigyana Bhairava Tantra completa l’intera scienza della ricerca interiore. Non è possibile aggiungervi alcunché: gli altri metodi sono solo modificazioni di quelli presentati qui. Per trovare il metodo adatto a te è sufficiente che guardi con calma i metodi presentati, e per esperienza diretta – esperienza che è confermata dalla testimonianza di decine di persone, che in questi anni hanno sperimentato – posso dirti che, quando arrivi al metodo che ti si adatta, qualcosa in te esploderà di gioia, come se il tuo cuore fosse stato toccato e delle campane iniziassero a suonare a festa. Dunque devi solo leggere le centododici tecniche e prestare attenzione a quella che entra in risonanza con te. A quel punto devi solo provarla! Con ogni probabilità quello è il metodo giusto. Se per caso non lo fosse, torna a scorrere gli altri: ne troverai uno che ti colpirà con maggior forza. Una cosa è certa, questo libro racchiude metodi adatti all’intera umanità. E l’impatto sarà ovvio, evidente”. D’altra parte, non è consigliabile fermarsi al primo metodo: se, sperimentandolo almeno per sette giorni, non accade nulla, è bene procedere oltre. Inoltre, non è neppure il caso di fossilizzarsi: può infatti accadere che un metodo non funzioni più, e i motivi possono essere proprio dovuti al suo aver funzionato: “Molte volte dovrai cambiare le tue meditazioni, perché il corpo e la mente continuano a mutare. Pertanto, a volte può essere d’aiuto una tecnica, altre volte un’altra. Devi essere estremamente consapevole, altrimenti ti attaccherai anche alla meditazione, ti identificherai con una tecnica in particolare. Quando una tecnica crea disagio, non occorre proseguire nella pratica. Non essere mai masochista, non torturarti mai, non importa in nome di che cosa lo fai: è sempre inutile. In nome della religione la gente si è torturata fino alla follia, e il nome è così squisito che sembra non esserci fine alle torture che ci si possono infliggere. Pertanto ricorda che io insegno la felicità, non la tortura!”
Osho: Il libro dei segreti